28/giu/2009

LA VENDETTA DELLA FATA TURCHINA

Era un bel giorno di primavera; il cinguettio degli uccellini faceva da sottofondo al tubare del malefico piccione-licantropo. Questo essere immondo, che nelle notti di luna piena si trasformava in Toto Cutugno, nacque dall'odio della Fata Turchina per il Cristianesimo. A scuola, infatti, aveva studiato che il terribile Ezechiele era solito nutrirsi con l'animale sacro ai faraoni, il gatto, accompagnato a pomodori fritti. Essendo amica di Facebook di Pecoraro Scanio pensò bene di non lasciare impunita questa offesa. Vestita solo di un velo di seta, si recò in una grotta maleodorante nei bassifondi di Gerusalemme, dove, annunciata da un'orecchiabile fanfara, scrisse su di un papiro egiziano, con quella matita gialla che ebbe in regalo da Jimmi Sillaba, il rappresentante della SLDN (Società Luce Divina Nazionale) di Betlemme, un'impronunciabile formula magica.
Compiutosi il rito, tornando sui suoi passi, vide, per terra una moneta da 10 centesimi. Senza farsi notare, poiché non voleva fare la figura dell'accattona, si avvicinò quatta quatta, cogliendola facendo finta di niente. Per strada si imbatté in un negozio Ikea pensò bene di usare quei soldini, come caparra per comprare quel lucernario che voleva fin da bambina.

23/mag/2008

Secondo capitolo del romanzo bislacco di Sacerdote Anal

FINALMENTE, dopo mesi di attesa possiamo gustarci il secondo capitolo del romanzo di Sacerdote Anal, come al solito vi ricordiamo che, essendo il sacerdozio di scuola a insultigratuiti, il linguaggio rispecchia in pieno gli studi fatti.

Capitolo 2 – Un piccolo inconveniente e una grande opportunità.

Malmollo Piadina, l’entità risultante dalla fusione, operata per mano del Mago Gabriel (o forse sarebbe meglio dire “per bacchetta”), di Cheb e Chet si diresse dunque presso la prima filiale disponibile di Doner Kebab. Il locale era francamente, razzismo a parte, uno dei più bei ristoranti in cui i singoli componenti dell’entità fossero mai entrati. Alle pareti c’erano, ad esempio, delle foto bellissime di Magdi Cristiano Allam, alcune che lo ritraevano in tenuta adamitica, altre che lo ritraevano mentre stringeva la mano a illustri personaggi del mondo dell’informazione: giornalisti indipendenti quali Emilio Fede, Giuliano Ferrara, Chicken Valerio ed altri… Vi era anche una copia, ad uso degli avventori, del bellissimo nuovo libro di Allam, dal titolo “Grazie Gesù”. Nell’etere si spandeva la musica dei “Lynyrd Skynyrd”, gruppo southern-nazi americano. Non era però nessuno dei loro bellissimi dischi degli anni settanta, ma una molto più bella reunion di metà anni novanta, piena di chitarrozzi metal, tastieroni a caso e testi demenzial-nazi. Si sentirono talmente in colpa per essere sostanzialmente dei pezzenti, rectius “un pezzente”, che quando entrarono ed avvistarono il gestore, un arabo baffuto con monociglio e maglietta di Youssou N’Dour (tour del 1994, in coppia con Jovanotti), si sentirono in dovere di fare la ruota e gli venne istintivamente in mente la pubblicità della tipa che fa il provino per vee-jay con le mestruazioni e le chiedono di fare la ruota.

Inaspettatamente, il gestore fan di Youssou N’Dour non sembrò molto colpito dall’esibizione di Malmollo (Cheb+Chet) ed anzi si accigliò ancora di più, in modo tale che il già cespuglioso monociglio gli coprì completamente la visuale. Fu una fortuna, perché, pensando che il ruotante individuo fosse solo un drogato in cerca di spiccioli, estrasse la 44 magnum che teneva nelle mutande e scoppiò ben 4 colpi che, a causa della scarsissima visione di cui godeva, uccisero, nell’ordine, un’ape, una ragazza di ritorno dal meeting di Comunione e Liberazione che era entrata nel locale per avere un’informazione gratuita ed il gatto Sofocle, di proprietà del calzolaio dietro l’angolo. Il quarto colpo si stampò sul muro danneggiando una bellissima immagine di Rihad che il solerte gestore aveva appeso in ricordo della sua gioventù.

Accortosi di non aver ucciso l’entità bi-composta ed appurato di non aver più colpi in canna, il solerte gestore decise che a questo punto la cosa che più conveniva era tirare su quei 4euro e cinquanta del suo noto “Kebab con tutto” e pertanto, disinteressandosi completamente della ragazzina agonizzante sulla soglia della porta, proferì le mitiche parole “i signori desiderano?”.

- “I signori desiderano un kebab con tutto”, proferì l’entità malmollica, sebbene la componente tirchia tipica del fu Chet fosse abbastanza infastidita dal costo che pareva esoso. Effettivamente con quattro euro e cinquanta la battona Egidia, una cinquantenne amica della sorella di Chet, ti faceva, nelle giornate con pochi clienti, il suo famoso “seghino con la sinistra” che non ho voglia di spiegare cosa sia…

- “e da bere?”, replicò il solerte gestore.

- “una Coca Cola molto fredda con limone, oliva, ghiaccio a parte e coccodè”, rispose Malmollo. Si sentì più furbo del gestore, perché chiedendo il ghiaccio a parte avrebbe evitato che lo stesso riducesse la porzione di Coca nel bicchiere…

Nel frattempo la ragazzina, che aveva terminato di morire proprio durante l’ordinazione, venne notata dalla gente di passaggio. Un prete, in particolare, ne approfittò per fregarle il portafoglio ed infilarle furtivamente in tasca il biglietto da visita dell’agenzia di pompe funebri da cui percepiva le tangenti che gli permettevano di pagarsi delle notevoli bagasce di gran classe.

Accorse anche il calzolaio dietro l’angolo, un omino con gli occhi neri da cane e le unghie listate perennemente a lutto, il quale diede un’occhiata distratta alla ragazzina tentando di reprimere i propri istinti necrofili. Guardò poi il gestore del kebabbaro il quale bofonchiò “mi dispiace, io non volevo…”.

fa niente, Aziz” – disse il calzolaio dietro l’angolo – “son robe che capitano, porco dio! E’ anche colpa loro, cazzo di buddhah, son sempre in mezzo ai coglioni questi ragazzini di merda, porco cane! Se la van proprio a cercare! Pensa che ieri stavo andando a trecento all’ora scarsi in tangenziale ne ho investito uno che attraversava sulle strisce! Cazzo, è arrivata la madre e pretendeva di avere ragione lei! Non c’è più religione!

Il solerte gestore del kebabbaro annuì sollevato dall’assoluzione che proveniva dal re della stradina in persona, il calzolaio dietro l’angolo. Il kebab con tutto per Malmollo era pronto, e l’entità bicheb-chettica cominciò a trangugiarlo con un certo appetito.

Anzi” – proseguì il calzolaio dietro l’angolo – “questa c’ha, o meglio c’aveva ah ah ah ah porcodio!, le tette piccole! Proprio una donna inutile… Sai cosa ti dico, Aziz? Hai fatto bene ad ammazzarla, ah ah ah ah”. Il solerte gestore annuì. Malmollo emise un rantolo di approvazione, toccandosi la patta dei pantaloni con la mano impiastricciata di grasso e maionese.

La risata che riempiva l’aria si interruppe quando il calzolaio dietro l’angolo scorse la coda del gatto Sofocle spuntare da sotto la ragazzina cadavere. Era rimasto anch’egli (o forse dovrebbe dirsi “esso”) vittima della breve sparatoria improvvisata, lì per lì, dal solerte gestore del kebabbaro e che avrebbe dovuto avere, quale destinatario, Malmollo il quale era invece, in quel momento, vivo e vegeto intento a trangugiare in suo kebab con tutto.

Il calzolaio dietro l’angolo andò su tutte le furie, divenne prima giallo, poi verde, poi viola e nei suoi occhi cominciarono a materializzarsi immagini infernali e, ad intermittenza, un documentario sui castori.

Si lanciò contro il solerte gestore del kebabbaro e con un calcio volante gli staccò la testa.

Non ci fu nulla da fare.

Il solerte gestore del kebabbaro era morto sotto i colpi del calzolaio dietro l’angolo e gli occhi di Malmollo il quale, però, finì di mangiare il kebab come se niente fosse mollando poi un fragoroso rutto d’approvazione che fece tremare le pareti. Disse, infine, “me ne mangerei subito un altro, cazzo! Non potevi aspettare prima di ucciderlo?”.

Il calzolaio dietro l’angolo lo fulminò con uno sguardo, e Malmollo tacque. Poi, il giustiziere dei gatti, spostò con un calcio il corpo della ragazza fino a farlo rotolare fuori del negozio. Raccolse ciò che rimaneva del gatto Sofocle e tornò, in un pianto dirotto, alla sua botteghetta.

L’occasione era ghiotta: Malmollo infilò i corpi del solerte gestore e della ragazzina morta in un sacco e li buttò, nell’indifferenza generale, nel bidone dell’immondizia davanti al kebabbaro. Solo un giovane universitario con la kefia e la maglietta del Che lo notò e gli fece osservazione perché stava buttando i cadaveri nel bidone della carta laddove, è noto, vanno invece nell’umido. “E va tolto il sacco nero, anche! Sennò che cazzo riciclano?? La carne con la diossina???” osservò in maniera acuta il giovane studente. Malmollo cercò di imitare un accento simil-terrone proferendo “Sugnu di Napule, uò, Guaglione! Chiste cose io nun le saccio!” e si allontanò.

Tornato nel negozio, Malmollo decise di appropriarsene: in mezza giornata cambiò l’insegna che diventò “Malmollo Kebab, Food and Drinks!”.

Il nostro eroe, però non sapeva in che guaio si era cacciato: il vecchio gestore, ora morto, era in causa con un kebabbaro di Verona il quale lo aveva accusato di aver copiato il suo kebab con tutto. Povero lui…

Il giorno dopo trovò appese nel quartiere le epigrafi del gatto Sofocle, i cui funerali erano previsti per il venerdì successivo.

22/mag/2008

MOMENTI OBBLIGATORIAMENTE VISSUTI

25 Giugno h 13.30
Tutti i bambini si radunano vestiti con la loro anonima magliettina di riconoscimento presso l'oratorio.
Qui li attende la setta degli animatori, orgogliosi, come un bebè che si diletta a palpottare la propria cacca ancora calda, delle loro uniformi, unico mezzo per distinguersi dai loro adepti.
Così comincia l'iniziazione: non possono certo stare tutti insieme.
Inizia la spartizione delle anime.
4 i colori che li distinguono agli occhi di Dio; 4 le squadre che combatteranno per il suo amore.
Una lotta fratricida porterà alla salvezza un solo gruppo e gli altri alla scomunica.
La Guerra Santa ha così inizio.
Ma prima della lotta...la Preghiera:solo sacre parole dettate dal comandante supremo King Don Giuseppe potranno infondere il giusto coraggio per la quotidiana battaglia.
Ecco gli squadroni divisi, ecco i giovani generali butterati che caricano i loro nani da combattimento con auliche canzoni inneggianti alle tagliatelle della beata vergine nonna Pina, a quel Giuda Iscariota del coniglietto Tippy e al fetido spirito del Gatto Puzzolone.
Finiti i preliminari, i puerili servi di Dio illustrano il gioco ai bambini, con le strategie più opportune per la conquista del sacro punto.
Occhi arcigni, sguardi malefici, insulti che farebbero rabbrividire persino Orietta Berti si alternano durante la cruenta competizione.
Qualche figlio di Satana vorrebbe fuggire dal suo destino, ma grigi cancelli e Cerberi spietati impediscono il ritorno nel mondo dei peccatori.
La guerra eccita gli imberbi generali che prontamente sfogano i loro più barbari istinti sulle illibate prede di guerra.
Arriva l'ora del rancio: il tempo di prendere le forze, curare i feriti e rivedere le proprie strategie.
Quei pochi spiccioli in possesso dei piccoli fanciulli entrano nelle casse del regno; il tributo per sfamarsi presso il bar dell'oratorio è dato. Nessuno sembra essere degno della manna divina.
Sazi nello stomaco, ma non nello spirito, tutte le squadre si riuniscono, sempre mantenendo le distanza, nel cinema dell'oratorio, ove il momento della preghiera prende il sopravvento su ogni ostilità.

Scritto da Anita e Zeus in un momento di odio estremo verso il C.R.E.

24/mar/2008

E' STORIA VERA?

Era una notte buia e tendenziosa. I fratelli Mac Hebell stavano parlando della politica interna in un paese con bassa influenza politica. Dopo essersi lavati i denti, mentre si stavano mettendo il loro ceruleo pigiamino di seta, sentirono improvvisamente bussare.
Aprirono con circospezione la porta della cantina in cui erano stati segregati dal loro patrigno e si videro davanti un ometto buffo non più alto di un metro e 93 centimetri tutto vestito di verde.
"O mio dio, un baccello gigante!" esclamò il più piccolo dei tre fatelli, Arcibald.
"Non sono un baccello gigante" esclamò "Sono Pietro, Pietro Pane"
"Ma perchè sei vestito di verde?" gli domandò il piccolo Arcy.
"Semplice, sono un leghista" spiegò Pietro "venite con me nella "Penisola che non ci dovrà più essere" e capirete molte cose.
Pietro condusse in un battibaleno, con la sua gondola truccata, i tre fratellini lungo le rive del Po.
"Vedete, questo è il Po, il fiume più importante della "Penisola che non ci dovrà più essere"; secondo noi leghisti questo corso d'acqua è il confine tra la nostra properosa terra e la terra dei barbari. Si dice che nella terra dei barbari, vivano uomini allo stato primitivo che passano il tempo a bestemmiare, accoppiarsi senza essere sposati e si nutrano di spazzatura"
"Ogggiesù!!!" esclamarono i tre Mac Hebello "com'è possibile che esistano persone del genere!"
"E non è tutto" continuò Pietro "loro hanno un capo, il capitan Uncinetto, che naviga su queste acque depredando le povere chiatte alla ricerca di un po' di pesce. Capitan Uncinetto è una persona crudele, non ha pietà per nussuno, ed è il peggior nemico di noi leghisti: è colui il quale vuole che le due terre restino unite"
Dopo aver spiegato tutto lo spiegabile, Pietro invitò i suoi amici nel villaggio dei ribelli leghisti. Qui offrì del pane e stracchino con un po' di polenta.
"Mangiate i nostri tipici piatti, abbuffatevi..."
Per accogliere al meglio gli ospiti, Pietro aveva pensato bene di inviate Sonia Campanellino, la più famosa spogliarellista delle Orobie.
Eugène, il più grande dei fratelli Mac hebell, domandò perchè Pietro fosse venuto a cercarli.
"Vedete, abbiamo bisogno di nuove leve per combattere capitan Uncinetto!".
I tre fratelli accettarono e si impegnarono a propagandare il manifesto leghista.
Ma improvvisamente, durante la festa, un'ombra apparve tra i cespugli...era capitan Uncinetto...
"Minchia, Pietro, finelmente ti ho trovato!! Che chezzo fei qui?"
"Papà, lasciami fare, voglio fare il leghista"
"Col chezzo che ti lescio stare!! sono 17 enni che ti sto mantenendo all'università e tu perdi il tuo tempo a fere il leghista e a giochere coi bambini!!! Vieni a chesa che c'è l'impepeta di cozze in tavola, e togliti quella ridicola calzameglia e indossa questo maglione di lena Merlino, che t'ho fatto con tanto amore, con la berba del mego Merlino!!!"
Allibiti tutti gli altri leghisti si guardarono e, senza lasciare tempo al tempo, un ragazzuolo si alzò e con decisione volle prendere il comando di quella combriccola che senza il loro capo sembrava non avere futuro.
Umberto si chiamava e ce l'aveva duro.

11/feb/2008

QUELLA MALEDETTA, STRONZA E FIACCA SCOREGGIA

Romanzo Bislacco di Sacerdote Anal

Capitolo 1 – Cheb, Chet e il quadrato d’un binomio.

Cheb Viagra è un tranquillo autotrasportatore di Modena, con i capelli, la testa, le scarpe, i piedi e le orecchie. Il suo strano nome, “Cheb”, è in realtà un soprannome: lui si chiamerebbe, in realtà, Odoacre, ma essendo un fanatico appassionato di Cheb Khaled, di cui però non ha mai sentito una singola nota e lo ama solo per la sua intrinseca bellezza, cominciò a farsi chiamare Cheb dal giorno in cui il Milan perse la coppa dei campioni contro il Liverpool. Cheb, essendo di Modena, non tiene per il Modena, ma bensì per l’Albinoleffe, la compagine proto-bergamasca che annaspa in serie B. In realtà, anche per l’Albinoleffe si tratta di un amore sui generis. Cheb non ha mai visto giocare quella squadraccia (fatta eccezione per Juventus – Albinoleffe 1 – 1 di serie B, in diretta abusiva su ScoloTV di Bonate Sopra), semplicemente è un accanito fan del look di Emiliano Mondonico, che per un certo periodo ha allenato la squadra (forse lo fa anche adesso).

Chet Polenta è un buffo ominide di chiara fede democristiana. Ultimamente è un po’ spaesato, nel senso che da quando nel suo paese natale (Sesto San Giovanni) ha tentato di fondare una cellula dormiente dell’Udeur ed è stato scoperto da sua moglie, è dovuto andare in esilio a Novara, da una sua vecchia zia lesbica, la sig.ra Alda Mormollio. Per evitare rappresaglie, decise anche di cambiare nome ed assumere quello “d’arte” di Chet Polenta. “Polenta” per la non indifferente massa corporea che lo contraddistingue, “Chet” per il suo amore nei confronti del noto trombettista jazz Chet Baker. Il suo vero nome, per la precisione, è Gaetano Pnoppo (cognome di origine probabilmente aliena). Separatosi dalla moglie e datosi all’onanismo più sfrenato pensando alle amiche della zia Alda, dovette anche cambiare lavoro. Chiuso il negozio di tazze per mancini che aveva aperto a Sesto, a Novara cominciò a fare il commesso del tabacchino sottocasa con mansioni di collaudatore di pipe (e non di pippe, come ci tenne a sottolineare il sig. Smogdiddi, il suo datore di lavoro di origine giamaicana o norvegese, uno dei due). Chet Polenta era un egregio suonatore di claxon, ma con la tromba, il suo strumento prediletto, non ci sapeva fare per niente e dovette peraltro venderla una volta che si vide quattro assegni protestati e gli servivano in soldi per non vedersi pignorata la casa, oggi peraltro assegnata alla moglie Call’ea di origini dominicane ma lesbica.

Nell’Agosto del 2006, Cheb decise di prendersi una piccola vacanza. Siccome era un po’ in bolletta, prese un last minute per Novara tutto compreso: albergo a 2 stelle con vista sulla tangenziale, pensione completa e abbonamento dell’autobus per tutta la settimana. Il giorno prima della partenza (in torpedone) non riuscì a chiudere occhio dalla gioia. In quei giorni anche Chet si trovava a Novara: lì vi risiedeva una baldracca da cui lui si recava spesso in quanto era convenzionata con il Cral Ferrovieri, di cui lui aveva trovato una tessera per terra ad un concerto dei Nomadi.

Mentre Chet usciva tutto ringalluzzito dallo studio della baldracca, guardando per aria, venne letteralmente investito da Cheb il quale, casualmente, passava proprio di lì per andare a visitare una delle più importanti attrazioni di Novara: il negozio di ferramento di Gigi Minnei, un terrone emigrato che aveva fatto molta strada. I due provocarono un notevole rumore nel collidere l’uno con l’altro. Dapprima spaesati, cominciarono da subito ad insultarsi a vicenda (o “a vicenza” come disse Emiliano Mondonico un tempo…) attribuendosi la colpa dell’accaduto e già pronti ad avvisare via sms il loro avvocato per chiedere ovviamente il risarcimento del danno biologico. Ad un certo punto, mentre la discussione si faceva sempre più acerrima, sentirono un ronzio che proveniva da dietro un albero. Era il tipico suono che emette una lavastoviglie quando ha finito il prelavaggio e si accinge ad andare, a cannone, a sputazzare acqua bollente sulle stoviglie intrise di besciamella carbonizzata. Ad un certo punto si formò una specie di nuvoletta di color verde morte dalla quale ne uscì con un saltello il Mago Gabriel, il noto occultista piemontese. Il Mago Gabriel materializzò nelle sue stesse mani una bellissima chitarra acustica Martin per mancini ed intonò un brano di sua composizione dal titolo “Saturandomi l’anima”. Al termine della canzone, disse “Maledetti litigatori abusivi! Adesso vi trasformerò in una sola persona” e con un gesto delle mani riunì Cheb e Chet in un’unica entità umana la cui prima azione fu quella di urlare ad alta voce: “Io mi chiamerò in omnia secula seculorum Malmollo Piadina” e, con un peto abbastanza sifilitico, si diresse verso la più vicina filiale “Doner Kebab” per alimentarsi

08/feb/2008

DIOCANIZZANDO IN RIVA AL MARE

Pemitto Caffamiletti era un ragazzo estremamente serio: l’unico vizio che aveva era quello di avvicinarsi un accendino al culo mentre si accingeva a scoreggiare; mentre il peto usciva dal culo, Pemitto azionava l’accendino e si gasava tantissimo nel vedere la scoreggia che si incendiava facendo quel particolare effetto che lo emozionava tanto. Pemitto amava due cose nella vita: a) Nada, la cantante che negli anni ottanta trionfò al Festivalbar con “amore disperato” e b) le acciughe sotto sale, che amava arrotolarsi attorno al cazzo per poi sottoporlo all’appetito di Poldo, un bastardino che aveva trovato per strada nel lontano 1994 e che sembrava gradire la pratica.

La vita di Pemitto scorreva molto tranquilla: la mattina si svegliava e si recava al lavoro. Faceva il custode diurno di un deposito di escrementi. Era un lavoro che gli dava molte soddisfazioni: una paga adeguata, tempo in abbondanza per farsi le seghe e una sorta di immunità dalla puzza di merda che gli derivava dall’avere le narici ormai completamente usurate dal tanfo di diarrea che lo accompagnava ogni giorno. A dire il vero, il tanfo lo aveva anche impregnato addosso, ed era forse per quello che a 34 anni ancora la figa l’aveva vista solo disegnata…

Pemitto non sapeva che, un bel giorno, avrebbe salvato il mondo.

Quel giorno arrivò: era il 13 marzo del 2007. Al deposito di merda si presentò un signore molto sospetto. I capelli erano neri, ma le sopracciglia erano color verde cammello. Egli usava spesso l’interiezione “gamarra!!!” anche a sproposito. Si qualificò come l’Ing. Pierdiobestia Sperma. Quel nome insospettì molto Pemitto, che non era scemo… Gli sembrava oltremodo strano che un ingegnere vestisse una maglietta di Renato Zero e un paio di All Star firmate “Company del Goto”… Fece una rapida ricerca su Google e poi, non pago, contatto vià sms il suo amico the Rock(a). Intanto il sedicente Ing. Pierdiobestia Sperma aspettava fuori del deposito con i suoi collaboratori: l’Avv. Gianmadonnaputtana Cazzis e l’Arch. Ugomariadioladro Clitoridesfondato. Dicevano di essere interessati ad acquistare 19000 tonnellate di merda fradicia di prima qualità, per i loro campi seminati a betulle e ortiche.

Contattato the Rock(a), Pemitto fu messo in guardia: quello era il perfido Smegma Kid, un terrorista libico che pianificava di conquistare il mondo con il suo esercito di macchine da scrivere volanti e sparanti che, manco a dirlo, usavano come carburante la merda…

Pemitto doveva ucciderlo. Caricò una bella brena nel deretano, prese la rincorsa, saltò, attaccò l’accendino e fulminò i tre con una scoreggia atomica… Purtroppo la fiamma, causa il vento, si rivolse contro di lui e lo uccise… Fu l’ennesima morte bianca che venne commiserata dal Presidente della Repubblica, ma nessuno seppe delle gesta eroiche di Pemitto Caffamiletti il quale, insieme a the Rock(a), ha salvato il mondo.

Racconto bislacco di Sacerdote Anal (direttamente from insultigratuiti2, dove la bestemmia è libera e dove l'insulto è di casa)

21/dic/2007

PER UN MALEDETTO TARTUFO

Ubaldo Cognome era una cane da tartufo. Andava per i boschi e fiutava…fiutava…fiutava… fino a trovare i porcini migliori.
Purtroppo era l’unico cane da tartufo che trovava solo porcini.
Non voleva, però, essere denominato tale. Suo padre era un cane da tartufo, il padre di suo padre era un cane da tartufo e così tutta la sua famiglia.
Ubaldo fiutava in continuazione. Fiutava e rifiutava. Una volta aveva persino rifiutato alla trasmissione “ I Fatti Vostri” un tivù color a 14 pollici opponibili, un diadema di gomma, un pacchetto di schiacciatine e l’ambitissimo vaso cinese . Purtroppo nella busta c’era un tupè per ascelle del valore di sette euro.
Ciò non cambiò la filosofia di Ubaldo che continuò a fiutare e a rifiutare.
Un giorno si trovava nella boscaglia con Adamo Dinome, il suo padrone Italo-italiano.
“Dai Ubaldo che questa e la volta buona!” incitava Adamo
Fiducioso, ma rassegnato al destino, Ubaldo rispondeva “Bau!!”
Improvvisamente un odore sconosciuto entrò nelle narici di Ubaldo.
Si diresse verso l'ignota fonte e iniziò a scavare
Scava che ti riscava Ubaldo giunse al centro della Terra.
Un caldo disumano faceva sudare il povero Ubaldo.
Stava bagnando tutto il suo tupè ascellare.
L’odore che aveva attirato Ubaldo si faceva sempre più forte.
Avanzando, inspiegabilmente per un cane, gatton-gattoni Ubaldo pensava a cosa avrebbe potuto trovare: il tartufo più grande del mondo, una torta ai tartufi, una spremuta di tartufi…insomma qualcosa che avesse a che fare coi tartufi.
Purtroppo non trovò niente.
Visto Ubaldo, inspiegabilmente per una cane, a mani vuote, Adamo si arrabbiò moltissimo.Per questo lo fece sopprimere, decise di comprarsi i tartufi all’Esselunga, che costavano meno che mantenere il cane, e con Ubaldo fece due comodissime pantofole.

GIANSANDROPIERFRANCESCO

Giansandropierfrancesco il 12 settembre del 2004 si svegliò profondamente riposato e stranamente contento, ma anche consapevolmente eterosessuale, almeno fino a quel giorno.
Come al solito passò dalla stalla e diede da mangiare a Rufus, il suo tricheco nano di 277 Kg, il quale, come suo solito, per ringraziarlo gli pisciò diritto in faccia, mentre Gianchi(così era chiamato dagli amici il nostro Giansandropierfrancesco) gli stava portando il secchio con le teste di salamandra, il suo secchio preferito. Quel secchio era magico, infatti bastava riempire il secchio di acqua, catarro e sperma di topo la sera prima di addormentarsi che la mattina dopo, magicamente, il secchio era pieno di teste di salamandra, il cibo preferito da Rufus appunto. secchio secchio secchio.
Dopo aver ricevuto una lavata di faccia a base di piscio di tricheco il nostro Gianchi si recò al lavoro, presso lo stabilimento di riciclo delle feci di suino vicino a casa sua. Gianchi, che i colleghi di lavoro chiamavano feciovoro o ghiottone, lavorava presso il reparto di svuotamento manuale degli intestini retti intasati, in particolare la sua mansione era quella di estirpare il retto ai suini morti per stitichezza e svuotarlo della merda bloccatasi dentro con ogni mezzo e modo possibile. Il ghiottone si era creato una tecnica tutta sua, infilava dentro al retto una canna di acqua tiepida, aspettava lo scioglimento del liquame, e poi ripuliva con mano gnuda l'interno del retto. una cosa parecchio schifosa e puzzolente, ma che gratificava appieno il nostro feciovoro che nel mentre in cui lavorava dava spesso una leccata al liquame. Ebbene si cari lettori, il nostro Gianchi era coprofago. Vi starete ora chiedendo perchè scrivo al passato, è forse morto? ma molto più probabilmente la vostra domanda sara ma perchè cazzo sto leggendo questa manica di stronzate? in entrambi i casi la risposta è si, è morto.
Morì l'estate scorsa durante una gara di pattinaggio artistico. Il Gianchi era a casa sua, una tranquilla domenica pomeriggio quando Rufus iniziò a urlare, subito il feciovoro corse fuori per vedere cosa stesse succedendo e una volta arrivato nella stalla rimase paralizzato dall'orrore nel vedere che il secchio magico era sparito, al suo posto i ladri avevano lasciato un pickachu di ferro battuto con gli occhi di cioccolato al caffè. Non sapendo come placare l'ira di Rufus infilò la testa sottoterra come fanno gli struzzi, solo che ghiottone si era dimenticato che il terreno della stalla era stato incatramato da ben 10 anni, e così si sfracellò la testa per terra...

18/dic/2007

IL MAGO DI ORZINUOVI

Federico Emirato aveva quasi 40 anni. Da sempre lavorava al supermarket di Massa Carrara come carrello della spesa.
Da mesi però aveva in mente di scappare dal quel posto che ormai odiava e farsi una nuova vita.
Un giorno, appena un vecchio inserì l'euro per staccare la catena che lo legava ai suoi colleghi, Federico scappò. Il vecchio rimase allibito e un poco triste, vedendo la sua pensione andare in fumo.
"Dove potrei andare?" pensò Federico.
Aveva dei risparmi da parte, e decise per prima cosa di farsi installare l'impianto a metano per poter girare il mondo economicamente.
Come prima tappa optò per Ibiza. Purtroppo era inverno e quindi non c'era nessuno.
Allora andò a Gardaland.
Qui conobbe Jimmy Lapislazzolo. Chiamato Prezzemolo dai bambini del parco giochi.
Entrambi avevano mille progetti per la testa.
Si incamminarono per l'Italia e parlando, si confidarono l'un l'altro:
"Sai, Jimmy" disse Federico "mi piacerebbe tanto avere un cuore, per tutta la vita sono sempre stato freddo e insensibile: il mio sogno sarebbe avere un cuore!"
"Non dirlo a me" rispose Jimmy "a me piacerebbe avere un cervello. Ho sempre dovuto lavorare come pupazzo perchè non ero in grado di fare altro"
Girando per Camacici, frazione di San Giovanni Lupatoto, i due amici incontrarono un cantante famoso in tutta l'Italia: Leone di Isernia.
Anche lui aveva un problema che si trascinava da anni: gli mancava il coraggio.
Leone, disse ai due amici che stava andando dal Mago di Orzinuovi per chiedergli se potesse realizzare il suo desiderio.
Entusiasmati da questa scoperta, i due si aggregarono a Leone e insieme si diressero dal Mago.
Per strada videro una ragazza con un cane, che stava litigando con una vecchia.
"Questi giovani... sempre in lite con i genitori... non hanno più rispetto..." disse Jimmy
Purtroppo la ragazza si chiamava Dorotea e stava lottando con la Strega Cattiva di Brescia Ovest.
La Strega, aveva attaccato la piccola Dorotea per rubarle il Perizoma di Leopardo. Un perizoma speciale che aveva la capacità di rendere sessualmente attraente qualsiasi donna.
Tra una barzelletta sporca e una gara a "chi piscia più lontano", i tre arrivarono a Orzinuovi.
Andarono alla casa del mago, ma a malincuore scoprirono che era stato incarcerato per truffa aggravata a danno di alpini.
Si guardarono in faccia e decisero di tornare ognuno per la sua strada. Salutandosi si dissero:
"In fondo perchè cambiare quel che si è" disse Jimmy
"E' vero, l'importante è aver conosciuto dei buoni amici, del resto col cuore sarei poi stato a rischio di infarto o di disturbi del ritmo miocardico" affermò Federico
"'Azz!!" ribadì Leone.

17/dic/2007

UNO CHE RIDEVA TANTO

Questa è la storia di un uomo che amava ridere. Ma non semplicemente sorridere o ridere a denti stretti,no,proprio ridere di gusto,fino a che il respiro viene a mancare,ci si rotola a terra e le guance fanno male. Una volta quest'uomo raccontò di aver riso così tanto che gli angoli della bocca gli erano saliti fin dentro agli occhi… Che lavoraccio per i chirurghi rimettere tutto a posto!!! Ma tutto tornò come prima e lui continuò a sollazzarsi come più gli garbava. La gente era sempre contenta di averlo intorno,era un personaggio divertente e metteva allegria anche alla persona più depressa del mondo.

Finchè un giorno una sua amica si accorse che in mezzo alla sua magnifica dentatura spuntava una macchiolina verde. Cosa poteva mai essere? La ragazza non ce la fece più e,in preda all'imbarazzo più totale,gli disse: "Guarda che hai un po' di prezzemolo fra i denti". Non l'avesse mai fatto! Per la prima volta in tutta la sua vita l'uomo smise per un attimo di ridere,una smorfia di disprezzo comparve sul suo volto e,accigliato,rispose a colei che si era permessa di criticarlo: "E allora? A me piace avere il prezzemolo fra i denti! Fatti i cazzi tuoi!".

Ne fece talmente una questione di stato che decise di tenere quel pezzettino verdastro incollato al sorriso per il resto dei suoi giorni. Si faceva perfino tritare il cibo per poterlo bere con una cannuccia e non rischiare di spostarlo masticando! Fu costretto a non lavarsi nemmeno più i denti,tanto si era affezionato a quella creaturina. Sì,creatura,perché dopo qualche settimana iniziò a brulicare di vita. Incredibile! Aveva dato origine a un microsistema nella sua bocca! Si sentiva un Dio!

L'unico problema era che il suo alito emanava un tale tanfo,un odore così fetido e pestilenziale,che nessuno riusciva più a stargli vicino. La nube tossica che si propagava da quell'antro raggiungeva confini inimmaginabili anche solo se l'uomo socchiudeva la bocca,immaginate quando rideva fragorosamente come era solito fare!

Pian piano si rese conto che la gente lo evitava,si copriva il naso con ogni mezzo se per caso lo incontrava,o veniva colta da nausea improvvisa e folgorante. Di colpo gli passò la voglia di ridere. Si sentiva isolato e decise che non avrebbe più dischiuso la bocca nemmeno per un insignificante sorrisino.

Allora accadde una tragedia inimmaginabile: nessuno più rideva. A poco a poco la gente si dimenticò cosa fosse una risata e le bocche di tutti si rivoltarono verso il basso. Perché vi chiederete? Ma perché era proprio quell'uomo che contagiava il mondo col suo riso. Dal Polo Nord al Polo Sud le persone si scambiavano sorrisi a partire dal suo.

"Un momento cazzo!". Chi sei? Perché ti intrometti nel racconto? "Io sono il protagonista della storia!". Ah. E cosa vuoi? "Ma porca troia… Al Polo Nord non c'è il prezzemolo!". Vero. E allora? "Allora non posso avere del prezzemolo fra i denti! Cosa cazzo c'ho fra i denti?". E cosa ne so io? Guardati allo specchio…

"Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!! Una caccola del naso!!!!!!!!!!!!"


Racconto scritto da Anita

MISTERI IN QUEI DI GENOVA

Cafezio Mastronavale era un uomo alto e grasso, circa due metri e cinquanta per due, un colosso d'altri tempi.
Egli lavorava come costruttore di stuzzicadenti, più precisamente come addetto alla lavorazione delle punte, ma dato che la fabbrica in cui operava era specializzata in stuzzicadenti lavorati a mano, il nostro Cafezio doveva spuntarli con un temperino che aveva rubato a scuola in seconda elementare, e che poi aveva modificato egli stesso per renderlo più produttivo e maneggevole.
Un giorno si stava recando al lavoro quando un cane sporco e magrissimo gli spuntò davanti e a momenti lo fece cadere dalla bici. Dopo aver evitato la collisione per un soffio, si fermò e insultò pesantemente il cane, arricchendo la marea di insulti con una serie veramente lunga di bestemmie.
Nel mentre in cui stava recitando il suo rosario blasfemo ecco che da un tombino li a fianco fuoriesce uno fortissimo tanfo, molto più forte e acre di quello emanato dal cane e insopportabile al punto che Cafezio si vide costretto a coprirsi il volto con la sua fida sciarpa del genoa.
All'improvviso dal tombino risale uno strano figuro, tutto sporco di una strana melma giallognola e con una barba grigia che gli arrivava fino ai piedi, era Gioacchino Balzacchi detto il raspa per il suo vizio di infilarsi nelle fogne a scavare i muri alla ricerca di fantomatici filoni d'oro che, a suo dire, erano stati nascosti nel sottosuolo di Genova quando vennero costruite le fogne, ovviamente non era vero un cazzo anche perchè questa notizia, il nostro raspa, l'aveva appresa una sera mentre stava rivestendo di cartapesta il suo Ciao (era convinto che in questo modo potesse prendere il volo se gettato da un'altezza elevata) da uno sconosciuto vestito solo di volantini dell'iper, peraltro tutti riguardanti la super offerta di un televisore al plasma da 23,5556667778888 pollici acquistabile per soli 3.264,57 €.
Dunque Gioacchino balza fuori dal tombino e si trova dinnanzi il suo amico Cafezio bestemmiante come non mai, che si ferma di colpo per l'impossibilità nel respirare che gli causa il tanfo del raspa. Dovete però sapere che la sostanza puzzolente di cui era ricoperto il Balzacchi non era melma o merda, ma bensì uno strano fluido giallognolo, simile alla diarrea per consistenza e fetore, in cui il raspa era incappato accidentalmente dopo aver forato un muro, e questo misterioso liquido gli si era attaccato alla pelle e non riusciva a levarselo di dosso.
Esposto il suo problema allo svenuto ben due volte per la puzza Cafezio, i due si recano al più vicino porto e tentano entrambi di ripulire Gioacchino dopo che questi si era gettato in mare, dimenticantosi però del fatto che non sapeva nuotare, infatti non appena si era tuffato era andato a fondo come un mattone Jugoslavo, ma il suo amico Cafezio l'aveva prontamente salvato sporcandosi però anch'egli con la melma di sopracitata.
Una volta usciti dall'acqua i due iniziano a sentirsi un po' strani, ad entrambi viene una voglia incredibile di lumache e nel contempo iniziano a provare un'inspiegabile attrazione molto ambigua l'uno verso l'altro.
Spaventati più per l'omosessualità improvvisa che per la voglia di lumache cercano disperatamente di andare a casa di Cafezio per potersi lavare via quella strana sostanza, ma ormai è troppo tardi, non appena si parlano scoprono di avere entrambi la R moscia, e capiscono così di essersi tramutati in 2 francesi!!!!!!!!!!!!!!!!
Non appena entrano in casa sconsolati e impauriti corrono immediatamente in bagno e si lavano insieme e vicendevolmente nella doccia....
Quando si svegliano il giorno dopo capiscono che, oltre ad essersi francesizzati, sono diventati anche gay, e benchè le due cose possono sembrare facilmente confondibili, ai nostri due neo innamorati quello che non va assolutamente giù è il fatto di avere quella fastidiosissima R moscia, quindi decidono di togliersi la vita tappandosi il naso a vicenda e ingozzandosi di chanel N°5 e lumache.

14/dic/2007

INTRIGO A PAVIA

A Pavia due uomini si incontrarono in un bar.
Ad un certo punto entrò un parrucchiere psicopatico che iniziò a prendere a rasoiate un barbone che era lì a prendere un panino col prosciutto.
I due uomini notarono che il barbone, in realtà, non era un vero barbone, ma solo un uomo sporco e con una folta barba.
Presogli il portafoglio, scoprirono dalla sua tessera sanitaria regionale, che in realtà era Anselmo Giacobini... alias Babbo Natale.
Se ne andarono e, per la disperazione, si diedero la zappa sui piedi.
Improvvisamente arrivò Maurizio, un assiduo bevitore di latte parzialmente scremato e accanito collezionista di unghie di piedi.
Quatto quatto levò gli stivali a Babbo Natale e scoprì che non aveva le unghie dei piedi, non aveva nemmeno i piedi, aveva le zampe da capra.
Apparve il barista, che nel tempo libero si dilettava a leggere testi teologici e a spremere agrumi col suo naso adunco.
Capì che Babbo Natale era in realtà il Diavolo, che plasmava la mente delle persone tramite il consumismo ed i regali natalizi.
Colto da una crisi di pianto singhiozzante, in quanto appartenente ad una setta adorante Satana, i demoni ed Adriano Celentano, uscì dal bar, sgozzò le renne di Babbo Natale e le cosse al forno con le patate.
Purtroppo queste erano affette dal morbo della renna pazza e quindi il barista divenne un televisore.
Però fu contento lo stesso perché, essendo un narcisista, il suo sogno nel cassetto era sempre stato quello di essere guardato perennemente da qualcuno.